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Alle venti e trenta, la saracinesca del negozio si abbassò a mezz’aria. Le luci dell’insegna si spensero. Rimasto fino a quel momento immobile sul ripiano dello scaffale, Otto si allontanò dalla sua postazione, dove trascorreva le giornate a osservare la gente che rovistava tra i prodotti di ogni genere alimentare: nonostante fosse passato un mese dal suo arrivo al minimarket di Bob & Figli, non vedeva l’ora di traslocare. Dall’apertura alla chiusura, doveva recitare la sua parte: immobile sul ripiano dello scaffale dell’ottava corsia Bibite e bevande energetiche, attendeva con ansia che qualcuno dei visitatori del minimarket si accorgesse della sua presenza, ma fino a quel momento il suo desiderio di cambiare aria si era infranto come un’onda sulla scogliera.
Ogni sera, la sua corsia era messa a soqquadro dai visitatori e i commessi dovevano rimettere ogni cosa al loro posto prima di andar via. Così, un commesso riordinava le bibite sullo scaffale dimenticando il nastro adesivo sul ripiano, ma Otto non se ne accorse: come ipnotizzato, ascoltava il tintinnio delle chiavi che urtavano contro la fibbia della cintura dei pantaloni del commesso che non vedeva l’ora di tornare a casa. In quell’istante, le bollicine di gas contenute nel suo corpicino di latta cominciarono ad agitarsi. Otto avvertiva un senso di frustrazione: non avrebbe resistito un giorno in più in quel posto freddo e squallido.
«Come stai, tesoro?» chiese Jasmine mentre osservava la scena: la luce che un tempo brillava negli occhi del suo amico aveva smesso di ardere da un po’ a questa parte. In quel momento, Jasmine voleva stringerlo tra le sue braccia per fargli capire che poteva contare sul suo aiuto.
«Cara Jasmine, quando arriverà il mio turno e raggiungerò il Paradiso?» le domandò Otto corrucciato. Poi Otto si accorse del nastro adesivo dimenticato dal commesso sullo scaffale e immaginò la sua fuga dalla prigione in cui si trovava. Ma si rese subito conto che stava sognando a occhi aperti. Sbuffò. Prese la rincorsa, raggiunse e colpì con un calcio il nastro adesivo, che arrestò la sua corsa in prossimità del bordo dello scaffale, sporgendo un po’, ma preservando l’equilibrio. Accidenti! Imprecò, Otto. Il nastro adesivo era lì, davanti ai suoi occhi, sospeso e inconsapevole del suo destino: cadrà per terra o resterà in equilibrio per il resto della sua esistenza? Il commesso tornerà indietro e lo riporrà nella sua tasca o lo lascerà sullo scaffale? Per sempre sospeso, sbuffò ancora una volta Otto: Uffa!Sbraitò. Si voltò e tornò alla sua postazione dove i suoi amici di latta, Lucia, Luca e Vittorio, erano pronti ad abbracciarlo e sostenerlo.
«Otto, non essere arrabbiato. Non è la fine del mondo se restiamo in questo posto tutti insieme. Io sono dell’idea che prima o poi qualcuno si accorgerà di noi, ma anche così va bene», lo rincuorò Lucia.
«Hey! Sei sicuro che il Paradiso sia un posto felice? Tutti quelli che lo hanno raggiunto non sono più tornati a trovarci… spariti nel nulla, Puff!», allargò le braccia e poi le lasciò cadere e urtare contro il suo corpo di latta, «Non sono così sicuro di volerci andare» continuò Luca intromettendosi tra Otto e Lucia che parlottavano tra di loro.
Luca e gli altri si avvicinarono a Otto e lo abbracciarono. Per un istante, una fiammella parve accendersi negli occhi del loro amico ma si sbagliarono: non c’era abbastanza entusiasmo per continuare ad ardere e si spense.
Accerchiato dai suoi amici, Otto rimase in silenzio, assorto nei suoi pensieri, ma con un’ossessione, un pensiero fisso, che, come un tarlo che rodeva il legno, non riusciva a scacciare dalla sua mente bistrattata dallo squallore del posto in cui si trovava. Anzi, con forza si scrollò di dosso il loro abbraccio, allontanò Jasmine, che non voleva lasciarlo andare, e corse incontro al nastro adesivo, lo afferrò prima che potesse cadere sul pavimento, e pensò di usarlo per calarsi giù dallo scaffale: la sua unica possibilità di fuga.
Legò l’estremità del nastro adesivo al suo corpo metallico assicurandosi che fosse ben saldo. Strappò l’altra estremità e l’avvolse attorno al pilastro che reggeva l’intera impalcatura degli scaffali e si calò fino al pavimento senza provare alcun rimorso per quello che stava facendo.
Mentre scendeva, Otto osservava i ripiani dello scaffale: Ma cosa siamo? Come siamo arrivati in questo posto? E cosa accadrà quando ce ne andremo da qui? Domande a cui non sapeva dare delle risposte: le scacciò dalla mente come se fossero delle zanzare fastidiose pronte a tornare all’attacco per assecondare la loro sete di sangue e continuò a calarsi lungo lo scaffale. Ancora quattro ripiani lo separavano dal suo sogno.
Una volta a terra, calpestò il pavimento come se volesse rendersi conto che fosse reale quello che aveva appena realizzato e un flebile sorriso apparve sulle sue labbra.
Guardò in alto, e vista dal pavimento, la corsia era diversa da come se l’era immaginata quando era lassù: gli scaffali erano giganteschi, e in confronto, lui era così piccolo, ma non se ne preoccupò. Anzi il desiderio di andarsene era ancora vivo nella sua mente e lo spronava a non arrendersi: Wow! È il momento di conoscere il mondo oltre la porta d’ingresso.
Mentre si guardava intorno, il suo sguardo si posò sul volto malinconico di Jasmine: Mia cara, Non preoccuparti per me! La salutò con un gesto affettuoso della mano.
Poi, Otto si voltò verso la saracinesca del negozio abbassata a mezz’aria e cominciò a muoversi lungo la stessa corsia che ogni giorno i visitatori percorrevano per accaparrarsi uno dei tanti prodotti alimentari esposti sugli scaffali.
Jasmine rimase in silenzio, impietrita, senza distogliere lo sguardo dal suo amico con il quale aveva condiviso una parte della sua esistenza, anzi, con gli occhi seguiva ogni suo passo sperando che cambiasse idea e tornasse indietro. Non accadde.
Tesoro, dove vai? Voleva calarsi giù per persuaderlo dalla sua follia ma non era coraggiosa come Otto: i cambiamenti le facevano paura. Peggio per te! Pensò dentro di sé, lasciandosi andare a un momento di disappunto nei confronti del suo amico verso il quale nutriva rispetto e stima, ma adesso era furiosa: «Il Paradiso non esiste. Non è mai esistito!» Cercò di urlare ma non aveva fiato a sufficienza per farlo e il suo urlo soffocò in gola. Jasmine lo seguiva con lo sguardo mentre il suo cuore di latta era in subbuglio. Aveva le mani intrecciate, come se stesse invocando l’intervento di un essere supremo che potesse dissuadere il suo amico dall’intento di compiere un’azione di cui si sarebbe pentito.
Mattonella dopo mattonella, i pensieri si accavallavano nella mente di Otto, lo punzecchiavano come spilli, e nonostante gli procurassero molta sofferenza, sapeva che presto sarebbe toccato anche a lui raggiungere il Paradiso.
Otto raggiunse la porta d’ingresso del negozio: era alta due metri con un telaio di metallo che circondava due lastre di vetro, enormi e spesse. In alto, la spia del sensore che regolava l’apertura della porta era rossa. La porta non si apriva. Ogni giorno osservava le persone avvicinarsi a quella porta, che si apriva senza essere toccata, ma con lui non accadeva. Otto vacillò. Il suo sguardo si posò ancora una volta sul commesso impegnato a mettere ordine alla sua corsia: le bollicine di gas contenute nel suo corpo di latta cominciarono ad agitarsi ancora una volta ma si tranquillizzò: nulla era ancora perduto. Infatti, doveva attendere che il commesso finisse di sistemare la sua corsia e seguirlo.
Quando il commesso posò sul ripiano l’ultimo barattolo, raggiunse una stanza piccola e umida: si spogliò della tuta da lavoro mostrando il suo vero abito. Indossò una giacca di pelle nera e si avvicinò a una porta con la scritta Uscita di Servizio. Mise la mano nella tasca dei pantaloni e frugò al suo interno come se stesse cercando qualcosa di preciso: estrasse un rettangolino plastificato, che appoggiò sopra una superficie di vetro, posizionata accanto a una porta di metallo che conduceva all’esterno del minimarket: in alto, una luce cambiò colore, dal rosso al verde, e un suono metallico risuonò nella stanza. La porta si aprì rimanendo socchiusa: il commesso la spinse in avanti con le mani, e l’aprì: il rumore del clacson di un’auto, che passava in quel momento, risuonò nella stanza. Otto sorrise: ce l’aveva fatta. Seguì il commesso e varcò la soglia.
Una volta fuori, la porta si chiuse e il rumore del metallo che sbatteva contro il telaio attirò l’attenzione di Otto, rimasto folgorato dalla visione del nuovo mondo. Si voltò e il suo pensiero andò a Jasmine rimasta sullo scaffale immobile, mente lo osservava andar via: Le passerà, pensò ad alta voce. Fu un attimo, poi, tornò a fissare l’asfalto della strada che separava il minimarket dal nuovo mondo.
Il commesso continuò a camminare lungo il marciapiede mentre Otto decise di non seguirlo e attraversò la strada ma in quel momento un’auto che viaggiava a velocità sostenuto lo travolse, schiacciandolo: Plaff! Le bollicine di gas si liberarono nell’aria, gli ultimi pensieri di Otto, mentre la bevanda all’interno del suo corpo di latta schizzò in tutte le direzioni, lasciando una macchia nera sull’asfalto.
Il Paradiso non esiste, sospirò Jasmine, mentre dall’alto del suo scaffale, assisteva alla scena impietrita e rassegnandosi all’ineluttabile.